THINKING PATIENT AFFAIRS

Scienza laica e patient engagement: una questione di disponibilità culturale.

Di Laura Patrucco - Patient Affairs & Advocacy Lead

 

In un’epoca segnata da una produzione scientifica continua e da un’evoluzione tecnologica senza precedenti, il rischio più grande non è l’ignoranza, ma l’arroganza. Arroganza del sapere che non ascolta, della tecnica che si sostituisce al senso, della scienza che si dimentica di essere, prima di tutto, un’impresa umana. In questo contesto, parlare di patient engagement non può ridursi a un discorso procedurale o comunicativo: è una questione culturale.

Bisogna essere pronti. E questa prontezza non è scontata.

Essere pronti, culturalmente, significa abbandonare l’idea che la scienza sia solo dei tecnici, dei clinici, degli esperti. Significa riconoscere che l’esperienza della malattia produce un sapere e che questo sapere ha diritto di cittadinanza nei processi decisionali che riguardano la cura, la ricerca, l’organizzazione dei servizi. Ma perché questo avvenga, serve una disponibilità vera al confronto. Serve una cultura della scienza laica.

Una scienza laica non è indifferente, è una scienza che riconosce i propri limiti, che non pretende di essere verità assoluta. È una scienza che ascolta, che si lascia contaminare, che sa che non esiste cura senza relazione. È in questo spazio condiviso che il patient engagement può diventare reale.

Ma per farlo accadere, le associazioni devono essere pronte. Devono investire non solo in strumenti, ma in visione. Vuol dire accettare punti di vista diversi, vuol dire accogliere anche ciò che mette in discussione i paradigmi consolidati. Vuol dire, infine, riconoscere al paziente un ruolo attivo non come gesto simbolico, ma come atto di equità.

Il paziente non è un destinatario. È un interlocutore, secondo una cultura che non cerca consenso passivo, ma partecipazione consapevole

Il patient engagement autentico nasce nell’incontro tra saperi diversi, nella reciprocità. E la scienza, quando è davvero laica, accetta questa sfida. Perché sa che la cura non è un algoritmo: è un atto umano